Riconoscimento emotivo nella malattia di Parkinson: quali interventi possibili

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La malattia di Parkinson (MP) è un disturbo motorio progressivo caratterizzato da rigidità, bradicinesia e tremore a riposo. Negli ultimi due decenni si è capito che le caratteristiche motorie costituiscono solo un aspetto di un disturbo complesso e sfaccettato, caratterizzato anche da numerosi sintomi non motori, come i disturbi dell’umore e dell’ansia, disfunzioni cognitive, l’incapacità di riconoscere e verbalizzare le emozioni (alessitimia) e il deterioramento del riconoscimento delle emozioni attraverso le espressioni facciali. Numerosi studi su pazienti con diversi disturbi neurologici suggeriscono che l’alterazione del riconoscimento delle emozioni e l’alessitimia, sintomi depressivi nella MP, sono il risultato di disfunzioni di aree cerebrali coinvolte nell’elaborazione e nell’organizzazione dell’esperienza emotiva. L’interazione dell’uomo con l’ambiente avviene attraverso azioni adattive che si realizzano all’interno di una determinata cultura o contesto e sono guidate dalla cognizione e dai comportamenti derivanti dalle interazioni sociali. Essendo una specie altamente sociale, gli esseri umani hanno bisogno di specifici modelli di informazione che cambiano dinamicamente durante l’interazione tra due o più individui al fine di raggiungere una comprensione reciproca. Ad esempio, la difficoltà nell’esprimere o nel riconoscere segni di un’emozione può compromettere significativamente le relazioni sociali, con un conseguente aumento del rischio di isolamento sociale e disordini mentali. Uno degli strumenti più potenti nella comunicazione sociale è il volto. I tentativi storici di comprendere il volto come strumento di comunicazione sociale hanno alimentato i dibattiti fin dalla teoria di Darwin sulle origini evolutive delle espressioni facciali delle emozioni, agli studi più recenti di Paul Ekman sull’universalità delle espressioni emozionali facciali. L’espressione facciale è uno degli elementi più basilari del funzionamento emotivo ed una delle componenti più critiche del comportamento sociale. Fattori clinici come la durata e la gravità della malattia, disturbi cognitivi, disturbi dell’umore e farmaci possono avere un impatto sulla compromissione della capacità di riconoscere l’emozioni attraverso le espressioni facciali nella MP. Molti soggetti affetti da MP hanno disturbi dell’umore come depressione, ansia, e comportamentali come apatia ed anedonia (incapacità nel provare piacere anche in circostanze e attività normalmente piacevoli). La MP si caratterizza per carenze di dopamina e noradrenalina nei meccanismi molecolari dei neuroni dell’encefalo, specialmente dei neuroni della via nigro-striatale e del locus coeruleus. La dopamina e la noradrenalina sono implicate in funzioni che non sono correlate solo al movimento, ma anche all’emozione, alla motivazione, alle aspettative di ricompensa e all’apprendimento. Esiste anche un’ipotesi sui tratti di personalità pre-morbosi dei pazienti con MP che potrebbero avere carenze di livelli di dopamina e noradrenalina e livelli più alti di nevroticismo e livelli più bassi di apertura ed estroversione. Tali tratti di personalità potrebbero contribuire allo sviluppo di disturbi depressivi nei pazienti parkinsoniani. Non è del tutto accertato se i deficit di riconoscimento emotivo nel PD debbano essere considerati come un sintomo non motorio primario dovuto al deficit dopaminergico o come dipendente dai deficit delle funzioni esecutive (complesso sistema di moduli funzionali della mente che regolano i processi di pianificazione, controllo e coordinazione del sistema cognitivo), oppure dovuto ai sintomi depressivi che spesso colpiscono questi pazienti. Considerando che nella vita di tutti i giorni gli esseri umani raramente si confrontano con espressioni di emozioni completamente sviluppate, chiare, ma piuttosto con espressioni sottili, subdole, pochi sono gli studi che si sono interessati di riconoscimento emotivo nel soggetto con MP utilizzando stimoli dinamici o in situazioni di vita reale dove i pazienti sono esposti a schemi di informazioni in costante cambiamento. La psicoterapia ad approccio cognitivo-comportamentale (CBT), una psicoterapia per l’ansia e la depressione fondata negli anni ’60 negli Stati Uniti, ha dimostrato di essere efficace anche per i disturbi d’ansia e per la depressione nei pazienti con MP. La CBT corregge innanzitutto la cognizione (il pensiero) per modificare il comportamento e le emozioni; si basa sul concetto che le risposte comportamentali ed emotive sono fortemente influenzate da idee, pensieri, convinzioni e credenze relative agli eventi del vissuto. Molti sono gli studi che hanno rilevato più bassi livelli di depressione e ansia nei pazienti con MP dopo cicli di CBT. Tuttavia, ad oggi ancora non vi sono studi che abbiano considerato se nei pazienti con MP ci sia un miglioramento nel riconoscimento delle emozioni, sia per via uditiva attraverso la prosodia, sia per via visiva identificando le espressioni delle emozioni dai volti, dopo trattamenti con terapia cognitivo-comportamentale. Studi futuri dovrebbero utilizzare stimoli più ecologici al fine di riprodurre le situazioni della vita quotidiana affrontate dai pazienti nel riconoscere le emozioni. Ad un livello pratico, sarebbe necessario disegnare ed implementare interventi psicologici per entrambi: pazienti e caregivers. Tali interventi dovrebbero mirare a promuovere una migliore qualità di vita  grazie alla capacità di leggere e interpretare il significato delle emozioni che si verificano nella vita di tutti i giorni. Questo potrebbe essere un altro modo per aiutare i pazienti e i loro caregivers a usare le emozioni come strumenti preziosi attraverso i quali poter identificare i rischi e le minacce del loro ambiente ma anche scoprire e mettersi in contatto con le sue risorse e opportunità.

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